Claudia D’Antonio:”Il palcoscenico mi dà un grande senso di libertà”

La vera trionfatrice del Don Quijote, in scena al Teatro San Carlo fino a martedì scorso, è stata lei. Perfetta nel ruolo di Kitri  per charme naturale, rigorosa nello stile, impeccabile nella tecnica, ha ricevuto consensi meritatissimi, con applausi a scena aperta. Ha fatto bene Giuseppe Picone, direttore della compagnia del Teatro San Carlo, a puntare su di lei che ha saputo regalare al pubblico un’esecuzione di altissimo livello. Mai un graffio, spontanea, solare, con quella sicurezza scenica che ha sempre avuto fin da piccola –  frutto di rigore e determinazione – Claudia D’Antonio (nella foto di Francesco Squeglia) in pochissimo tempo – e tanto tanto lavoro – è diventata il fiore all’occhiello della compagnia napoletana. Di seguito la mia intervista del 10 ottobre 2006.

Ha tutte le carte in regola per diventare prima ballerina del Teatro San Carlo dove ha iniziato i suoi studi fin da piccola sotto la direzione di Anna Razzi. Timida, riservata ma molto determinata, Claudia D’Antonio in scena sfodera una grinta fuori dal comune e una sicurezza che lascia a bocca aperta. Giovanissima, coccolata dalla famiglia (ha un fratello e una sorella più grandi) ha già interpretato ruoli da protagonista senza mai deludere le aspettative, con una tecnica fortissima che arriva al virtuosismo più esplosivo.

Mi racconta la sua storia dall’inizio?

Sono nata a Scafati nel 1993 ma vivo ad Angri, in provincia di Salerno. Abitando in un paesino dove c’è poca cultura di danza, mia madre quando avevo sei anni mi ha iscritto in una scuola privata. All’inizio preferivo la danza moderna però ero affascinata dalle punte e mi trattenevo sempre a guardare le lezioni, mi piaceva ascoltare la musica classica. Un giorno ho chiesto a mia madre di comprarmi un paio di scarpette da punta per usarle in casa, dopo poco ho deciso di intraprendere lo studio della danza classica. In seguito le mie maestre mi hanno consigliato di fare l’audizione per entrare alla Scuola di Ballo del Teatro San Carlo, dove nel 2004, sono stata ammessa. Dopo soli tre mesi mi sono ritirata perché i problemi organizzativi erano troppo complicati da gestire visto che ogni giorno andavo avanti e indietro con la macchina, ma la signora Razzi aveva intuito le mie potenzialità e voleva aiutarmi, così sono ritornata e ho proseguito il mio percorso fino al diploma.

Che cosa è stato difficile?

La danza nega ogni forma di vita esterna. Mio padre mi veniva a prendere ogni giorno all’uscita da scuola per accompagnarmi in teatro, tornavo a casa la sera tardi distrutta e mi mettevo a studiare. Non ho mai avuto una vita sociale al di fuori del teatro, ho rinunciato a tante cose, svaghi, uscite con gli amici, divertimento ma poi pian piano ho stretto amicizia con i miei compagni di studio. Per contro, nella formazione professionale e nello studio della tecnica non ho mai avuto difficoltà di alcun tipo.

C’è qualcuno in particolare che ha inciso nel suo percorso?

Nelle mie scelte nessuno, però ad aiutarmi sono stati in tanti, a partire da Giovanna Spalice con la quale ho studiato e poi Ugo Ranieri e Lienz Chang che mi ha aiutata a crescere in palcoscenico dandomi molte opportunità, anche al di fuori del teatro e della dimensione nazionale. Nell’ambito della scuola la maestra Antonina Randazzo mi ha insegnato tutto, mi ha seguito passo dopo passo e non mi ha mai lasciata creando un legame forte tra noi. E poi naturalmente la Signora Razzi che è stata fondamentale per me nelle scelte che riguardavano il mio futuro.

Che cosa guarda in un ballerino, cosa la colpisce?

Sicuramente il corpo, le doti, la pulizia nell’esecuzione. A me piace la tecnica, il virtuosismo ma quello che mi lascia senza parole sono le rifiniture, l’espressività, il senso artistico della danza.

Ha già interpretato tantissimi ruoli del repertorio classico, come ha vissuto il passaggio dalla scuola alla compagnia?

Come protagonista ho interpretato Giselle e la Fata Confetto ne Lo Schiaccianoci, come solista il passo a due dei contadini di Giselle, le amiche nel Don Chisciotte, il Pas de trois delle odalische ne Il Corsaro, e tanti altri. Dopo il diploma ho fatto parte della graduatoria di merito, lavoravo a produzione, sono stata al Teatro dell’Opera di Roma e all’Arena di Verona, poi ho partecipato al concorso al Teatro San Carlo e sono stata presa. Per ora ho un contratto triennale, non sono stabile. Mi sento molto fortunata, ho assimilato tanto, ho avuto l’opportunità di imparare da persone competenti che ti spiegano il più piccolo particolare, l’importanza di ogni gesto. Si è aperto un mondo. Il ruolo più bello che ho interpretato finora è stato quello di Giselle, Ludmilla Semenyaka mi ha insegnato tutto e per me è stato magico, non avevo mai approfondito così tanto lo studio di un personaggio. Giselle è ‘il’ ruolo, è stato difficile l’approccio perché per la prima volta avevo di fronte a me un pezzo grosso della danza.

In scena lei emana una sicurezza incredibile per essere così giovane, si percepisce che è completamente a suo agio, ha molta serenità, qual è il segreto?

In sala sono molto chiusa, non riesco ad essere come vorrei ma la scena mi dà un grande senso di libertà, mi allontano da tutto il resto, mi isolo, penso di essere completamente sola. Può sempre capitare un’incertezza ma se hai lavorato tanto durante le prove tutto torna, devi solo ballare per il pubblico, con generosità. Non vedo l’ora, ogni volta, di danzare in palcoscenico.

Che cosa la emoziona nella danza?

Tutto! Il palcoscenico è l’emozione più grande. Dal 2004 ad oggi, ogni volta che entro in scena mi vengono i brividi.

Che cosa ama e che cosa non sopporta del mondo della danza?

La danza ti fa conoscere senza bisogno di parlare, al primo impatto il pubblico vede chi sei, in scena si nota la dolcezza, l’eleganza, l’aggressività…tutto! Non sopporto la competizione insana, che quasi sempre incide sul lavoro, non aiuta a crescere e ti influenza negativamente.

Lei è molto versatile, passa con disinvoltura da un ruolo all’altro ma ce n’è uno in particolare che predilige?

No, mi piace cambiare. Certamente sono attratta da Giselle e da Kitri (Don Chisciotte), due ruoli completamente opposti.

Che cosa è cambiato nel mondo della danza, secondo lei?

I corpi sono diversi, la tecnica si è evoluta, le richieste dei coreografi sono differenti: chi punta sul virtuosismo, chi sull’interpretazione ma in generale ci sono molte più opportunità per noi giovani, lontano dalle gerarchie in uso fino ad anni fa, a nessuno sarebbe venuto in mente di affidare un ruolo da protagonista ad una ragazza di ventitré anni.

Quanto conta la gavetta?

Tanto! E molto importante farla perché ti forma come professionista. Ballare da sola è molto più semplice, far parte del corpo di ballo ti insegna le regole di base: stare in fila, guardarsi, muoversi all’unisono.

Oggi si dà più importanza alla tecnica o all’espressività?

Per me è importante l’emozione che arriva al pubblico.

Mi dice tre aggettivi che la descrivono?

Sensibile, pazza e lunatica.

Che cos’è la forza?

Saper reggere la competizione, farsi notare, riuscire ad andare avanti a tutti i costi. Per stare in questo ambiente devi essere forte a prescindere, altrimenti cadi alla prima difficoltà. La forza fa parte del carattere di un ballerino.

 E l’umiltà?

È la base della danza, da quando inizi a muovere i primi passi. Senza umiltà non si va avanti. Se pensi di essere già arrivato, resti fermo e ti bruci. Ognuno di noi deve guardarsi costantemente allo specchio e interrogarsi continuamente se può farcela o meno, pian piano con l’umiltà il cammino prende forma e si prosegue.

Ha mai avuto paura prima di entrare in scena?

Certo, l’attimo prima dimentico tutto, ho il cuore in gola. Poi entro in palcoscenico e all’improvviso mi passa tutto.

Quale dote non deve mancare ad un danzatore?

Un bel corpo dotato. L’armonia.

Di sogni da realizzare ne avrà tanti, me ne dice uno?

Quello di tutti…diventare prima ballerina ma so che ci si arriva pian piano, il cammino è molto lungo… ho solo ventitré anni.

Che cos’è la danza per lei?

L’essenza della mia vita. Quando sto male entro in teatro e mi passa tutto, dimentico i problemi quotidiani, la danza mi fa stare bene.

Elisabetta Testa

 

 

 

 

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