Teatro San Carlo di Napoli: trionfo di applausi per “Sogno di una notte di mezza estate” di Paul Chalmer

Come Re Mida – che trasformava in oro tutto ciò che toccava – così Paul Chalmer, canadese di Ottawa, ha la rara vocazione di produrre bellezza, eleganza, armonia. Ogni sua creazione si distingue per qualità, figlia di uno spiccato senso estetico che si fonde perfettamente con l’essenza della danza.

L’altissimo livello tecnico della Compagnia del Teatro San Carlo, diretta da Renato Zanella (alla guida anche della Scuola di Ballo più antica d’Italia, 1812) ha fatto il resto: un lavoro cesellato, curato nei minimi dettagli – grazie anche al prezioso ed incisivo supporto di Duilio Ingraffia, assistente coreografo e alla presenza di Guido Sarno, maître de ballet– ha messo in luce un balletto delicato e potente al tempo stesso.

Sogno di una notte di mezza estate (nella foto di Luciano Romano), primo capolavoro comico dell’immensa produzione letteraria di William Shakespeare, è un’esplosione di magia fantasiosa che dà spazio all’ironia, al gioco, al divertimento semplice e contagioso, alla leggerezza che aiuta a bilanciare gli inevitabili dolori della vita (Italo Calvino docet).

Scritta intorno al 1595, la storia fa riferimento alla notte di mezza estate tra il 23 e il 24 giugno, giorno di San Giovanni, che rappresenta il cuore dell’estate. Un omaggio pagano al Sole, giunto al suo zenit, in cui ogni baldoria era lecita: si andava nei boschi, si accendevano fuochi, si danzava, si celebrava il potere erotico della natura.

Così possiamo immaginare Sogno di una notte di mezza estate come una sorta di celebrazione estiva che fa da contraltare a Lo Schiaccianoci, pietra miliare delle festività natalizie.

Rappresentato in tutto il mondo Sogno di una notte di mezza estate vanta numerose versioni, a partire da quella di Marius Petipa del 1876, fino a quella forse più celebre di quel gran genio di George Balanchine del 1962 (aveva cinquantotto anni quando creò il balletto). L’infanzia, si sa, lascia sempre forti impronte nell’immaginario di ciascuno di noi e “Mister B.” – definito “l’architetto della danza” per le sue abbaglianti simmetrie – da bambino aveva danzato nel gruppo degli elfi. La musica di Felix Mendelssohn- Bartholdy, diretta dal maestro Philippe Béran – con le voci del soprano Juliette Di Bello e del mezzosoprano Gabriela Korzystka e il coro diretto da Fabrizio Cassi – è avvolgente quanto basta per sottolineare, con i suoi accenti, lo svolgimento della vicenda, fino alla celeberrima e sontuosa marcia nuziale.

La versione di Paul Chalmer, creata diciassette anni fa per il Teatro dell’Opera di Roma con la regia di Beppe Menegatti e la presenza toccante di Carla Fracci nel ruolo della Contessa Ippolita, ritorna sulle scene del Teatro San Carlo dopo sette anni. Non è mai facile tradurre in gesti un testo letterario, ancora più complicato se si tratta di un linguaggio ricchissimo come quello di Shakespeare, denso di sfumature, ma la bravura di Paul Chalmer – una carriera di ballerino al fianco di grandi partners come Carla Fracci, Eva Evdokimova, Ghislaine Thesmar, Marcia Haydée, Natalia Makarova, solo per citarne alcune ma anche di coreografo e direttore di compagnie – è stata quella di creare una perfetta sintesi tra narrazione fluida e scorrevole e linguaggio tecnico scintillante ed impervio ma bellissimo e dannatamente musicale.

L’intreccio delle tre vicende portanti – Oberon e Titania con fate/fatine/farfalle e folletti (indispensabile la presenza dei piccoli allievi della Scuola di Ballo), i turbolenti battibecchi amorosi dei quattro amanti Ermia/Lisandro/Elena/Demetrio e l’improbabile gruppo di artigiani ateniesi alle prese con la messa in scena di uno spettacolo surreale –  si sviluppano nel primo atto mentre il secondo, con il piacevole pretesto di celebrare i matrimoni delle coppie, diventa un’esplosione di danza pura, fino all’epilogo finale che dopo il caos ristabilisce l’ordine naturale delle cose. La bellissima scena di Pasqualino Marino, col supporto di un ottimo lavoro di luci di Nunzio Perrella e il raffinato cromatismo dei costumi di Elena Mannini (quelli originali del Teatro dell’Opera di Roma mentre la produzione del balletto è del Teatro San Carlo), ha esaltato l’azione scenica in cui ogni personaggio è stato caratterizzato con precisione.

Passi a due, variazioni solistiche, ensemble, hanno puntellato i quadri scenici concatenati l’uno all’altro, hanno accompagnato il movimento perpetuo di un mondo incantato e indaffarato, hanno illuminato il fascino di una forma che viene da una significativa sostanza. Paul Chalmer è decisamente uno che ci sa fare…

Bellissimo il lavoro delle braccia negli interventi delle fate dove Anna Chiara Amirante, étoile del teatro nel ruolo di Titania, ha dato il meglio di sé: delicata, femminile, matura nella leggiadria, come si conviene alla Regina delle Fate. Accanto a lei Alessandro Staiano, anche lui étoile del teatro, è stato un Oberon possente ed imperioso con grandi salti e una presenza scenica forte. Hanno lasciato il segno, come sempre, l’étoile Luisa Ieluzzi e Stanislao Capissi, Candida Sorrentino e Raffaele Vasto, nel ruolo degli amanti: affiatati, molto espressivi nei giochi di seduzione, in bilico tra un litigio e un riappacificamento improvviso, tra gelosie, malumori, scherzi e risate. In grande forma l’étoile Danilo Notaro, con le sue bellissime linee ed un ‘espressività sempre più intensa, nella difficilissima variazione di Mercurio con salti veloci, batterie rimbalzanti e repentini, quanto micidiali, cambi di direzione. Con lui hanno danzato Valeria Iacomino, Giorgia Pasini e Vittoria Bruno, rispettivamente Aphrodite, Hera ed Athena, perfettamente a loro agio in variazioni complicate, eseguite con tutta la naturalezza possibile. Elegante e distinta la presenza di Daniele Di Donato e Martina Affaticato nel ruolo di Teseo ed Ippolita, con Emanuele Torre nei panni di Bottom, che, suo malgrado, si ritrova trasformato in asino. Su tutti lo spirito scherzoso, birichino ed impertinente del folletto Puck, un eccellente Salvatore Manzo con gambe e piedi meravigliosi e un aplomb perfetto che gli permette giri da compasso, oltre ad una presenza allegra e coinvolgente.

La scena finale in cui compaiono di nuovo i bambini della Scuola di Ballo (un’esperienza certamente magnifica che ricorderanno per sempre), Puck spazza via dal palcoscenico la polvere magica che ha scatenato tutte le tenere e innocue follie… nella magia di una calda notte d’estate.

”Se noi ombre abbiamo offeso, si rimedia, se pensate: son visioni, dormivate. Questo fragile e ozioso argomento, al pari di un sogno incoerente, gentili signori, non criticate. Noi rimedieremo, se voi perdonate. E, parola di Puck, se per fortuna scamperemo alla lingua di serpente ammenda faremo si, di repente – Puck altrimenti chiamate bugiardo. Buonanotte a tutti quanti. Le mani movete, se amici mi siete, e Robin (altro nome di Puck) in cambio ammenda farà”. Così scriveva Shakespeare.

A noi non resta altro che confermare che l’amore è un sentimento imprevedibile, mutevole, affascinante, molto simile alla follia, capace di scatenare sentimenti opposti e contrari e di confondere la realtà col sogno. E non è poco!

Applausi scroscianti e calorosi hanno accompagnato tutta la compagnia del Teatro San Carlo, il teatro più bello del mondo, in scena fino al 31 luglio.

Elisabetta Testa

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