05 Lug Timofej Andrijashenko: “Sto vivendo un sogno”
Mi viene incontro con l’aria scanzonata di chi è in pace con sé stesso e con la vita. Bello/bellissimo con un corpo che sembra scolpito, Timofej Andrijashenko, nato a Riga, in Lettonia, è primo ballerino del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala dal 2018, punta di diamante della compagnia e marito dell’étoile Nicoletta Manni. Ci siamo incontrati tanti anni fa al Concorso Internazionale di Danza di Spoleto, io nella giuria della critica, lui appena sedicenne era uno degli artisti ospiti. Bellezza mozzafiato, tanti sogni/speranze/progetti da realizzare e una scommessa – con me stessa – che di lì a poco sarebbe diventato famoso. E così è stato. Col sorriso che gli illumina il volto, simpatico, generoso, accattivante, rivela un’anima pura, rara da trovare in giro. Con le nostre immagini riflesse nella bellissima sala piena di specchi del Teatro alla Scala, Timofej Andrijashenko mi racconta la sua storia.
Com’è entrata la danza nella sua vita?
Per punizione! Non andavo bene a scuola, ero un bambino molto indisciplinato, iperattivo, che non riusciva a capire la propria dimensione, come si dovesse stare fermo seduto nel banco e concentrato sulle lezioni e quindi i miei genitori hanno deciso di iscrivermi all’Accademia Statale di Danza di Riga. Ovviamente per me è stata una tragedia, non mi piaceva affatto questa decisione ma ho dovuto accettarla. Ho creato subito legami di amicizia, chiacchierando un po’ con tutti. Pian piano ho cominciato a divertirmi, avevo tanti amici ed ero contento di avere intrapreso questo nuovo percorso. Mi sono accorto che non subivo alcuno stress nell’andare in scena, nessuna ansia da prestazione, anzi, ero entusiasta. Uno dei miei primi ruoli, da bambino, è stato quello del soldatino ne Lo Schiaccianoci al Teatro dell’Opera di Riga, alla fine del primo atto entravamo tutti insieme marciando con i fucili, facendo finta di sparare e poi correndo vorticosamente intorno al palcoscenico uscivamo di scena. Pian piano ho imparato a divertirmi facendo altre cose, ovviamente molto più complicate, e ancora adesso continuo a divertirmi.
Quali sono state le difficoltà?
Gli infortuni che mi sono capitati e che purtroppo fanno parte del nostro percorso. Affrontati nel modo giusto ci fanno crescere e ci fanno diventare persone più mature oltre che professionisti più formati e coscienti. Il corpo di un ballerino viene plasmato fin dai primi anni di studio e questo non è fisiologico perché si va a forzare la propria natura, alla lunga questo processo comporta dei problemi.
Chi ha inciso di più nel suo percorso artistico?
Diverse persone, ognuna di loro mi ha aperto una porta e non penso di essermi perso delle opportunità. I primi che devo ringraziare sono i miei genitori perché mi hanno fatto intraprendere questo percorso poi Andrej Rumyantsev, il maestro del terzo corso all’Accademia di Riga, già primo ballerino del teatro. In seguito ho conosciuto Irina Kashkova che ha rappresentato un grande portone per me perché mi sono trasferito in Italia e ho proseguito gli studi con lei, mi ha fatto ballare tantissimo! Infine Makar Vasiev che mi ha chiamato al Teatro alla Scala e poi Massimo Murru, Frédéric Olivieri – sotto la cui direzione sono diventato primo ballerino – e Manuel Legris che ci ha fatto lavorare tanto portando la compagnia ad un livello altissimo.
Quanto contano il rigore e la disciplina?
Tantissimo ma nel mio caso mi affido molto anche all’istinto, a vivere il momento perché è proprio perdendo il controllo che si crea qualcosa di magnifico, di inaspettato.
Secondo lei conta di più la tecnica o l’espressività?
La danza è un’arte visiva che però ci fa provare delle emozioni quindi è la giusta combinazione di questi due elementi.
Qual è il suo ruolo preferito? Lirico, romantico, brillante?
Non so rispondere a questa domanda. Ci sono dei periodi che sono un po’ più nostalgico, Albrecht, Armand…quello di Onegin è un ruolo particolarissimo, completamente differente da tutto ciò che avevo danzato prima. È un uomo che non passa inosservato per antipatia, per dirla con diplomazia…che però prova dei sentimenti, anche se lo capisce troppo tardi.
Che cosa la emoziona nella vita e nella danza?
Una volta sono stato invitato al Covent Garden di Londra a ballare Romeo e Giulietta di MacMillan con Melissa Hamilton, ero molto emozionato e non sapevo se sarei stato all’altezza di trovarmi in quella situazione, di affrontarla al meglio, di non fare figuracce. Il giorno precedente la mia prima recita sono andato a vedere lo spettacolo con l’altro cast, due artisti meravigliosi, fantastici, incredibili. Quella sera ero davvero felice di aver assistito ad uno spettacolo così bello, non sono tanti i teatri che possono proporre rappresentazioni di così alto livello. Il giorno dopo ero in crisi…ho chiamato Nicoletta che quello stesso giorno avrebbe ballato al Teatro Bolscioi, eravamo entrambi emozionati e lei, semplicemente, mi ha ricordato che a volte bisogna trovarsi nel momento giusto al posto giusto e che quella era la nostra fortuna, oltre a saper sfruttare ogni opportunità per dare il nostro meglio. Quindi non so come ma sono riuscito a fare una figura…distinta!
Qual è la dote più importante che deve avere un ballerino? L’intelligenza, la capacità di esprimere, la bellezza, la musicalità?
Sono tanti gli elementi necessari ma sicuramente senza una certa intelligenza anche il corpo più perfetto non va da nessuna parte.
Che consiglio darebbe ad un ragazzo che studia danza col sogno di diventare un ballerino professionista?
La danza non è così noiosa come può sembrare…è molto divertente, bella da vedere e anche da sentire sul proprio corpo. Può dare grandi opportunità e cambiare la vita delle persone, non solo di quelle che la praticano ma anche di quelle che vanno a vederla in teatro.
Le è mai capitato di avere paura prima di entrare in scena?
Certo, capita tutte le volte! Ma fa parte del gioco, bisogna saper affrontare la situazione e come sempre la cosa più facile da fare in quei momenti è semplicemente iniziare. È una lezione di vita: molte cose ci spaventano, ci fermiamo per riflettere, dopodiché è bene andare avanti.
Secondo lei che cosa è cambiato negli ultimi anni nel mondo della danza?
Ci sono sicuramente meno divi rispetto agli anni ’70 in cui spiccavano, Rudolf Nureyev, Carla Fracci, Mikhail Baryshnikov… credo che essere divi non sia sempre un bene. Io e Nicoletta non siamo mai stati messi sul podio, lavoriamo molto anche se siamo consapevoli che la perfezione non esiste.
Che cosa le piace del mondo della danza e che cosa non sopporta?
Mi piace che le compagnie di danza siano delle grandi famiglie, un gruppo di persone più o meno affiatato che condivide tante esperienze. Quello che mi piace meno e che nelle feste si lavora!!!
Senza pensarci troppo, mi dice tre aggettivi che la rappresentano?
Sono istintivo, sorridente e…me la godo!
Qual è stato il momento più bello della sua carriera?
Sicuramente gli ultimi due anni dopo la pandemia perché sono rientrato dopo un infortunio importante che ho potuto curare con calma visto che i teatri erano chiusi. Sono stato fermo quasi un anno per guarire completamente, ho resettato il mio corpo e ho ricominciato a ballare. La felicità di tornare in teatro è stata immensa: la sala piena, gli applausi del pubblico, è sempre un’emozione impagabile.
Che cosa guarda in un ballerino, cosa la colpisce?
Ognuno di noi è diverso, ognuno di noi ha delle cose da mostrare o da nascondere. Vedere il pregio di un artista è un aspetto da apprezzare. Da professionista del settore lo vedo molto di più rispetto a chi guarda lo spettacolo da non addetto ai lavori.
Quanto conta l’umiltà?
Tantissimo. L’umiltà è onestà con sé stessi ed è fondamentale per migliorare. Non serve scaricare sugli altri i propri errori.
Dove vuole arrivare?
Io sto vivendo un sogno! Ho una moglie fantastica, mi ritengo un artista discreto e continuo a lavorare su me stesso come artista e come persona. Ho i miei cari…direi che non mi manca niente!
Che cosa pensa di Rudolf Nureyev?
Ha rivoluzionato l’importanza del ruolo maschile nei balletti di repertorio. Il suo essere divo gli ha fatto mettere il protagonista al centro dell’attenzione. Più passi a due, più variazioni e molti passi complicatissimi, il risultato è una tecnica davvero particolare. Ci vuole molto tempo per trovare la chiave giusta ma con l’aiuto di una buona coordinazione tutto fila.
Che cosa rappresenta il Teatro alla Scala per lei?
È la mia seconda casa, la prima è quella con Nicoletta!
Insieme vivete una favola…
Ci sono sicuramente dei momenti difficili e delicati anche perché il nostro è un lavoro stressante che ti mette a dura prova ogni giorno. A volte ci sono delle giornate un po’ più grigie rispetto ad altre ma ci facciamo forza a vicenda. Quando si è una squadra, cosa che auguro a tutti, è davvero bello e soddisfacente.
Che cos’è la danza per lei?
Una cosa complicata ma anche molto semplice.
Elisabetta Testa
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