Teatro San Carlo: Soirée Balanchine

Un insolito finale con lancio di rose rosse al contrario – dal palcoscenico alla platea – ha accompagnato i lunghi minuti di applausi al termine dello spettacolo in scena al Teatro San Carlo, dal titolo Soirée Balanchine. In realtà il titolo in programma avrebbe dovuto rappresentare tre creazioni del celeberrimo coreografo russo (1904), naturalizzato americano, definito ‘l’architetto della danza’ per le sue simmetrie perfette ma con l’arrivo di Renato Zanella, nuovo direttore del Corpo di Ballo dal 2 gennaio di quest’anno, sono stati inseriti altri due coreografi del Novecento: Hans van Manen (1932) e Uwe Scholz (1958).

Quel gran genio di George Balanchine, dopo aver collaborato con la compagnia rivoluzionaria dei Balletti Russi di Djaghilev, decise di trasferirsi a New York alimentando una fertile vita artistica. Il primo balletto creato negli Stati Uniti per gli allievi della School of American Ballet fu proprio Serenade –  primo titolo della serata (nella foto di Luciano Romano) –  capolavoro del balletto neoclassico di cui ‘Mister B’ fu praticamente il fondatore indiscusso. L’ottima messa in scena a cura di Soimita Lupu, sulla splendida musica di Čajkovskij, ha messo in risalto la tecnica sfavillante, il rapporto perfettamente sovrapponibile tra danza e musica (‘sentire la danza, vedere la musica’) e un corpo di ballo preciso e rifinito nei dettagli che ha fatto trionfare la bellezza della danza, la fluidità, la purezza raffinata. È ancora una volta l’indimenticabile Rudolf Nureyev, con la sua capacità di sintesi fuori dal comune (“Romeo e Giulietta? Una corsa verso la morte!”) a definire la figura di Balanchine INDISPENSABILE per la storia della danza. Infatti dopo di lui niente sarebbe stato più come prima.

Completamente diverso lo scenario di Black Cake di Hans van Manen, uno dei grandi maestri del balletto contemporaneo, scomparso l’anno scorso. Centocinquanta balletti creati, un repertorio imponente rappresentato in lungo e in largo nel mondo. Aveva decisamente qualcosa da dire…In bilico tra una sottile ironia e verità interiori, ambiguità e luce soffusa, lontano dall’uso delle punte ma con un linguaggio che si basa sul classico per poi esplorare nuove gestualità e movimenti, diventa un tutto che tira fuori coppie, singoli personaggi, ensemble. Colore dominante il nero, eleganza e sensualità ma anche passione e un tocco di eccentricità. Ben allineato all’intensità espressiva dei danzatori del Teatro San Carlo che hanno saputo sottolineare la forza avvolgente della musica di vari autori da Čaikovskij a Janáček, passando per Stravinskij e Mascagni fino a Massenet. La metafora della torta che ‘suggerisce una costruzione per stratificazione’ è stata decisamente più che azzeccata.

Gran finale con Sinfonia n. 7 di Uwe Scholz sulla musica potente di Beethoven. Erede di George Balanchine per lo stile neoclassico, il coreografo tedesco, morto prematuramente nel 2004, è stato il più giovane Direttore di Balletto di una compagnia, quella dell’Opera di Zurigo, a soli ventisei anni. Grande musicalità e rigore stilistico sono il segno distintivo della creazione di balletti sinfonici, da lui molto amati. Una esplosione di danza allo stato puro, lontana da sviluppi narrativi di vario genere perché la danza è storia, arte, bellezza, istinto, emozione, e non necessariamente ha bisogno di raccontare qualcosa di preciso.

Tutta la compagnia al gran completo ha dato prova di saper essere all’altezza (qua e là qualche disallineamento) di un lavoro così lungo, complicato, impervio che senza soluzione di continuità si rigenera continuamente passando da un canone ad un sincrono perfetto, da una coppia ad un folto gruppo.

Per tutta la durata dello spettacolo non ha prevalso il singolo interprete ma la forza compatta della compagnia.

Gran lavoro per Paul Connelly, acclamato direttore d’orchestra e per tutti i ballerini del Teatro San Carlo con le étoiles Anna Chiara Amirante, Alessandro Staiano e Danilo Notaro su cui brillano come due diamanti Luisa Ieluzzi e Claudia D’Antonio per la qualità eccellente di lavoro.

 

Elisabetta Testa

 

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