Ricordando Rudolf Nureyev

Rudolf Nuryev e GiulianaGargiulo

Spettatrice, intervistatrice, infine amica per una lunga frequentazione all’isola e in occasione di tanti suoi spettacoli, Giuliana Gargiulo, giornalista e scrittrice, ricorda di Rudolf Nureyev momenti di vita e confidenze. Con emozione.

Ti ricordi dove, come e quando hai visto ballare Rudolf Nureyev per la prima volta?

Sapevo già tanto di lui. A cominciare dalla decisione di rimanere in Occidente. Successe a Parigi. Era  il 1961. Dopo il clamoroso successo e consenso del pubblico ottenuto nel delirio generale, le autorità sovietiche decisero che Nureyev, senza continuare la tournée del Kirov a Londra, dovesse rientrare in Russia. Poco più che ventenne non ebbe un attimo di esitazione. All’aeroporto Le Bourget, lanciandosi tra le braccia di due poliziotti, chiese asilo politico. Con pochi spiccioli in tasca, niente più di un pantalone e una camiciola, da quel giorno cominciava il suo successo planetario. Qualche anno dopo, dall’alto del loggione del Teatro San Carlo lo vidi ballare per la prima volta in un esaurito da capogiro.  Era Romeo con Margot Fonteyn nel ruolo di Giulietta. Trionfò. La sua leggenda aveva preso il volo.

In seguito, tra una giornalista di Napoli amante della danza e il più grande ballerino del mondo, che cosa è successo?

Ho cominciato a seguire le occasioni che lo vedevano protagonista. In quegli anni, qualunque cosa facesse Rudolf Nureyev, si scatenava il finimondo. Con il successo aumentarono anche  le sue stravaganze: pellicce lunghe fino ai piedi, colbacchi, scialli oversize e stivaletti col tacco ma anche balli sfrenati in discoteche e litigi pubblici. Rudolf non è mai stato felice. Molto spesso è stato solo in camere d’albergo ad aspettare una telefonata che non arrivava o a pensare ad un amore  complicato ascoltando musica,  quasi sempre quella prediletta di Bach.

Lo hai mai intervistato?

Più volte e sempre con il martellante interrogativo:” Mi dirà la verità?”. Perché, bizzarro, imprendibile e imprevedibile come un bambino, Rudolf spesso aveva dichiarato: “ Non dico mai la verità. Soprattutto nelle interviste”. L’ho incontrato più volte. Nel 1976 a New York ho passato del tempo nel camerino dell’Uris Theatre mentre  avidamente mangiava una torta con la marmellata che confessò- e fu una delle poche volte in tanti anni che avrebbe ricordato la Russia- somigliava a quelle del sua terra.

Com’è nata la vostra amicizia?

Credo che, con una certa allegra tenerezza, si sia cementata nell’estate del 1982. Arrivato a Napoli con la Compagnia del Boston Ballet per quattro repliche di “Don Chisciotte”, avido di vita come sempre, voleva andare a mare. Me lo chiese perentoriamente. Perché era fatto così: quando voleva qualcosa doveva averla. Mi venne in soccorso un’amica di sempre che mi prestò il motoscafo. Volle andare a Capri e da “Luigi ai faraglioni” mangiò, pensando allo spettacolo, cose che lo aiutavano ad essere “forte ma leggero”: carne e verdura, poi, instancabile, dopo essersi lasciato bruciare dal sole, si tuffò e si rituffò, rischiando anche di far tardi per rientrare a Napoli e andare al Teatro San Carlo. In quattro repliche ebbe il successo di sempre, anche se gli intenditori colsero quella stanchezza che avrebbe caratterizzato i suoi ultimi anni di interprete.

Quando, come e perché volle comprare l’isolotto dei Galli di fronte a Positano?

Era il 1988. Aveva cominciato a chiamarmi al telefono. Conversazioni gentili, domande imperiose, curiosità infinite…  Ma quando nel pieno della notte il telefono squillò, la sua voce, perentoria più di sempre, poi improvvisamente gentile e quasi carezzevole, mi fece una richiesta precisa:” Voglio una casa. Voglio i miei piedi in acqua”. Cominciò a ripetermelo come una cantilena, spiegando che non avrebbe voluto una casa qualunque. Cominciammo a cercarla, io da una parte e lui dall’altra. Insieme andammo a Capri, poi a Ischia, la cercammo anche a Napoli ma quelle che gli venivano proposte, belle e lussuose, erano lontane dal mare. Diventò impaziente. Abituato ad essere accontentato, non potendo pensare di non ottenere quanto voleva, diventò anche minaccioso:” Se non trovo casa ritorno in Turchia – aggiungendo- fai presto, non ho tempo e io…non vuole aspettare!”. Finalmente la svolta arrivò dopo l’incontro con Lorca Massine. I Galli un tempo erano stati di suo padre Léonide, anche lui russo, ballerino e coreografo. L’isola aveva accolto perfino Diaghilev, in anni in cui  era sprovvista di acqua corrente, luce, né tantomeno esistevano computer o cellulari! Ma Massine aveva amato l’isola dove aveva trascorso lunghi periodi, organizzando corsi di danza, seguendo i tanti lavori di miglioramento e anche la creazione di un orto. Rudolf comprò l’isola e ne prese possesso  il 16 settembre del 1988. Fu la felicità.

Che faceva sull’isola?

Era un re nel suo territorio! Con quella sua innata autorità che intimidiva chiunque avesse a che fare con lui, si sentì realmente appagato. Amò profondamente la sua isola, nonostante avesse case sparse in tutto il mondo: una più bella di un’altra! Leggeva molto, stava al sole per ore, correva sulla sua moto d’acqua, nuotava e …parlava di danza. I primi anni raggiungeva scalzo la torre con la sala da ballo dotata di specchi e di sbarre. A modo suo, nonostante cominciasse ad avvertire una certa debolezza, faceva alcuni esercizi mentre il cane Ciccio non lo perdeva d’occhio.

Tornando agli anni del suo splendore, perché Rudolf è stato considerato il più grande?

Con il talento, conquistando l’immenso successo planetario, Rudolf ha segnato il Novecento. Ovunque suscitava un consenso enorme, l’ho visto nei camerini dei teatri di New York e di altre capitali, sempre assediato da uomini e donne. Tutti facevano di tutto per imitarlo ma nessuno l’ha mai raggiunto. Unico e non solo per la sua qualità tecnica, che in quegli anni pareva irraggiungibile, ma per quella luce, quell’alone che lo circondava, quella magia che emanava dalla scena che lo rendevano speciale. Al Teatro alla Scala ho visto uomini di spettacolo piangere nell’assistere al “suo” principe Albrecht in “Giselle”.

Era realmente tanto diverso da altri ballerini di quegli anni?

Era assolutamente diverso da tutti per personalità, cultura, autorità e intelligenza. Certamente molto difficile,  sempre imprendibile, capace di bizzarrie estreme! Curioso e teso alla conoscenza, voleva sapere e vedere tutto. Amava l’arte al punto da essere diventato un vero e proprio intenditore e collezionista. Le sue case di New York, al Dakota Building, o a Parigi, in rue Voltaire, o a Londra, a Kensington, traboccavano di opere d’arte. Quadri, bronzi, tessuti, mobili, argenterie, Rudolf amava la qualità e la bellezza che cercava ostinatamente.

Hai un particolare  ricordo?

Quello di un momento commovente. Dopo l’ennesimo trionfo a Washington, andammo alla Casa Bianca. Gli chiesi:” Sei felice Rudolf?”. Una lacrima gli scivolò sulla guancia. Disse:” Che mi importa del successo, della ricchezza, dei viaggi, se non posso vedere mia madre?” Dal 1961 mancava dalla Russia e, se non gli era stato permesso di rivedere sua madre, a stento poteva comunicare telefonicamente con lei. Quando poi nel 1989 gli fu concesso di tornare in Russia per vederla, lei non lo riconobbe e dopo poco morì.

Un ricordo assolutamente speciale invece  fu la visita che il Presidente della Cecoslovacchia Vaclav Havel  fece all’isola: un vero e proprio tributo a Rudolf. Nel giorni seguenti l’accadimento alcuni giornali sottolinearono che il grande intellettuale, autore teatrale e di tanti scritti che aveva passato lunghi periodi in carcere, aveva trascorso poco tempo con il Presidente della Repubblica italiana e con il Papa e si era trattenuto all’isola con Nureyev un’intera giornata. Si piacquero e simpatizzarono subito parlando fitto fitto in russo, anche escludendo dalla loro intesa ospiti di gran nome come Lina Wertmuller, Raffaele La Capria, Furio Colombo e altri ancora.

Ti viene in mente altro?

Non basterebbero pagine e pagine per raccontare i debutti, i teatri, i ricordi, i viaggi, le furie, le malinconie, le impennate o anche gli arrivi e le partenze di Rudolf che hanno segnato una singolare amicizia nata e cresciuta nel nome della danza. Sul calare di una sera decidemmo insieme che saremmo andati verso Positano. Forse al “Premio Massine per la danza”, forse no. Mentre il gozzo scivolava leggero sull’acqua immobile gli spiegavo la costa, i paesi, le tradizioni, segnalandogli la mia Sorrento al di là del crinale dei Monti Lattari,  Nel buio della notte serena, la luna tonda e bianca illuminava il mare e mentre parlavo, e parlavo, e parlavo, Rudolf con un braccio mi accolse accanto a sé sussurrando in un fiato:” Non parlare più, gioiosa,  c’è il silenzio del mare!”

Elisabetta Testa

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