Alberto Montesso: “in un ballerino guardo la spontaneità”

Allegro, determinato, propositivo, quando parla è un fiume in piena e, parlando della sua adorata mamma, non nasconde un intenso momento di commozione. Da settembre, Alberto Montesso insegna alla Scuola di Ballo del Teatro San Carlo dove segue i corsi piccoli con grande energia. Ballerino in giro per il mondo, ha trasformato il suo ruolo di insegnante in una avventura ricca e piena di significato, a partire dalla naturalezza che lo contraddistingue.

Vogliamo cominciare dall’inizio?

Sono nato a Civitavecchia, in provincia di Roma. Mi posso considerare un figlio d’arte perché i miei genitori erano campioni di ballo liscio, di conseguenza sarei dovuto essere anch’io un ballerino di tango e valzer però poi non mi piaceva molto e quindi ho deciso di intraprendere lo studio della danza classica. In alternativa mi affascinava diventare capitano di lungo corso sulla nave Amerigo Vespucci ma quando ho perso mio padre, mamma mi ha messo di fronte alle mie due passioni…Ho fatto la domanda di ammissione all’Accademia Nazionale di Danza e all’Accademia Navale di Livorno, convinto che sarei andato da chi mi rispondeva per prima e alla fine…ha vinto la danza. A quattordici anni sono entrato in Accademia, a Roma, dove mi sono diplomato nel 2000 e ho seguito tutto il mio percorso di ballerino fino al 2012, quando ho cominciato ad insegnare. Ho ballato con un breve contratto al Teatro dell’Opera di Roma poi, per due anni, sono stato all’English National Ballet di Londra. Successivamente sono andato a Tokyo con un contratto di primo solista nella compagnia di Tetsuya Kumakawa e poi al Tulsa Ballet, diretto da Marcello Angelini, dove sono stato sei anni e ho concluso la mia carriera di ballerino. Angelini è stato molto lungimirante con me, mi apprezzava come ballerino ma ha percepito che potevo essere un bravo insegnante quindi ha cominciato con l’affidarmi dei corsi alla Scuola del Tulsa Ballet e poi, quando ho compiuto trent’ anni, ho scelto di tornare in Italia perché fondamentalmente sono un mammone e mi mancava la famiglia. Ho continuato ad insegnare prima nelle scuole poi negli enti lirici italiani e all’estero, sono stato un anno in Nuova Zelanda come maître della compagnia e ora sono tornato felicemente al Teatro San Carlo.

Che cosa è stato difficile?

Sono stato molto fortunato, sicuramente ci sono state delle delusioni nella mia carriera, sia come ballerino che come maestro, ma non mi sono capitate grandi difficoltà, avendo scelto quello che mi piaceva fare.

C’è qualcuno che ha inciso particolarmente nel suo percorso artistico?

Ho avuto la fortuna di studiare con maestri, in Accademia, che hanno sempre creduto in me, come Silvia Obino e Clarissa Mucci, e poi la mia prima insegnante Maria Luisa Rubulotta, che mi conosce da quando avevo sei anni. E’ stata la mia mamma artistica e mi ha fatto amare la danza, spingendomi ad andare avanti nel mio percorso. Continuiamo a vederci perché quando il legame è forte, sereno, profondo e sincero, non c’è mai fine…naturalmente mia madre è la persona che ha inciso più di tutte nella mia vita, ne abbiamo vissute tante insieme.

Che cosa guarda in un ballerino?

La spontaneità. Ho smesso di andare in scena perché mi sono reso conto che non lo facevo più naturalezza. Aspettavo di entrare in palcoscenico per esternare tutti i sentimenti che avevo dentro. Ero un ballerino brillante, nella vita normale non sto fermo un attimo, mi si legge in faccia quando sono triste o felice. Quando mi sono accorto di non sentirmi vero in scena, non ne valeva più la pena di continuare.

Che cosa le piace e che cosa non sopporta nel mondo della danza?

Non sopporto le lamentele. Tutti ci diciamo che dobbiamo cambiare ma nessuno fa un passo per farlo, tanto vale stare zitti. Da piccolo facevo il pendolare tra Civitavecchia e Roma ed era impegnativo… ogni giorno un’ora e mezza di viaggio. I miei compagni facevano una vita più libera, piena di svaghi, ma poi appena diplomato ho avuto subito un contratto di lavoro mentre loro sono stati per molto tempo a fare lavori saltuari per sopravvivere e alcuni, ancora oggi, hanno occupazioni che non li soddisfano. Mi piace la nostra tradizione, potremmo veramente cambiare il mondo della danza, a patto di cambiare mentalità…

Che cos’è l’umiltà secondo lei?

Essere se stessi, apparire per come si è.

E il talento?

Sentire le farfalle nello stomaco e riuscire a trasmetterle quando ti muovi.

Che cosa la emoziona nella danza?

Vedere un ballerino che suona la danza e una musica che balla il movimento.

Che cosa è cambiato nel mondo della danza, in questi ultimi anni?

Ci siamo globalizzati. Ho trentasei anni e appartengo alla generazione dei curiosi della danza, quelli che attendevano forsennatamente di scambiarsi le videocassette per guardarle fino a consumarle. Ora è tutto più semplice, anche se mischiamo un po’ troppo a dispetto di una identità precisa.

Qual è stato il momento più bello della sua vita artistica?

Ne ho tre. Il primo quando ho ballato con Viviana Durante e Tetsuya Kumakawa (il suo Don Chisciotte ha lasciato un segno indelebile), la seconda quando ho ballato con Sylvie Guillem, in Giappone, nel ruolo di suo figlio… dopo uno spettacolo mi convocò nel suo camerino dicendomi che ero stato talmente vero che l’avevo fatta commuovere così tanto da aver avuto difficoltà a riprendere il suo personaggio. L’ultimo è stato ballare al Metropolitan di New York in Rhapsody, di Ashton, con Baryshnikov seduto in platea. Ho avuto una carriera breve, durata dodici anni, ma intensa.

Come è arrivato al Teatro San Carlo?

La prima volta ho lavorato come maître e assistente alla coreografia, nella compagnia, durante lo Schiaccianoci di Lienz Chang, ho conosciuto Stéphane Fournial e al ritorno dalla Nuova Zelanda, ho accettato l’incarico di maestro alla Scuola di Ballo.

Che cosa le piace dei suoi allievi?

La fame di danza che hanno, non c’è un giorno che non mi arrabbi soprattutto con gli adolescenti ma sono molto ricettivi.

Quale metodo utilizza?

Vengo dall’Accademia quindi ho una forte base russa ma sono molto contaminato, oggi la tecnica va oltre. Il classico puro non lo fa più nessuno, anche il Royal Ballet propone i grandi balletti del repertorio ma poi si lancia in operazioni contemporanee meravigliose.

Che cosa non può mancare ad un ballerino?

La flessibilità. Questa cosa va insegnata ai ragazzi d’oggi. Quando entri in sala non sei nessuno hai solo il tuo nome, devi lasciarti plasmare e formare da chi hai davanti perché se parti prevenuto le cose non verranno mai bene. L’obiettivo del maestro-coreografo-direttore è quello di renderti il più bravo possibile davanti al pubblico ma devi partire con positività.

Sogni, progetti?

Il mio sogno è che mi si rinnovi il contratto al Teatro San Carlo per il prossimo anno, sto così bene…

Tre aggettivi nei quali si identifica?

Antipatico, fedele, vendicativo. Ti apro il cuore ma se mi tradisci hai chiuso.

Che cos’ è la danza per lei?

È il mio mondo. Ci sto dentro da trent’anni…mi piacerebbe saper fare qualcos’altro ma non ne sarei capace.

Elisabetta Testa

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