Roberta De Intinis, "si balla come si è, la danza non mente"

Il suo percorso artistico sembra la trama di un romanzo ma lei con grande forza e determinazione è sempre andata avanti. ‘Passionale, permalosa, amichevole’ come lei stessa si definisce, Roberta De Intinis è una donna viscerale, dalla grande comunicativa. Prima ballerina del Teatro San Carlo, madre di Alice, ha interpretato tutti i ruoli da protagonista in una lunga carriera piena di esperienza e soddisfazioni, che dura da oltre vent’anni.

Com’è nata la passione per la danza?

Guardando Raffaella Carrà in televisione. Sono nata a Roma ma cresciuta a Torino in una famiglia dove non c’era nessun artista. Figlia di genitori separati, con un fratello e una sorella molto più grandi di me, volevo ballare. A undici anni, con grandi sacrifici da parte di mia madre, operaia della FIAT, cominciai a studiare danza a Torino, in una palestra dove oltre al corso di arti marziali c’era anche quello di danza. Sono grata alla mia maestra che dopo un anno di lavoro chiamò mia madre e le disse :” La bambina è molto dotata, la porti al Teatro Nuovo, io non posso darle di più.” Nei tre anni passati all’Accademia Regionale di Danza del Teatro Nuovo di Torino studiavo e contemporaneamente lavoravo in compagnia. Ho cominciato facendo la gavetta come sostituta, a volte anche di Luciana Savignano, ora posso dire che tutto quello che ho imparato fino a diciotto anni mi è servito tanto.

Quando ho cominciato a fare le audizioni in giro tutti mi dicevano “sei carina ma ancora scolastica, lavora un paio d’anni nei teatri e poi torna.” Ma dove avrei potuto farmi le ossa per imparare? Feci l’audizione al Teatro Regio di Torino dove c’era un numero molto esiguo di stabili, circa ventiquattro elementi del corpo di ballo e mi chiamò il Teatro dell’Opera di Roma dove arrivavo sempre in graduatoria ma poi rifiutavo perché non volevo pesare sulla mia famiglia, sapendo che mia madre faceva molti sacrifici. Il contratto all’Opera di Roma che mi aveva offerto Elisabetta Terabust durò un anno, non mi riconfermarono e io non sapevo che fare…richiamai il Teatro Regio perché servivano ballerini per le opere e per le matinées. Eravamo autogestiti, non c’erano né un maître de ballet né un pianista, studiavamo da soli, così decisi di andare all’Arena di Verona. Ma mentre ero a Verona feci l’audizione per il Teatro San Carlo, diretto all’epoca da Roberto Fascilla. Nel 1994 da aggiunta sono diventata, cinque anni dopo, stabile e dal 2001 ricopro il ruolo di prima ballerina. Insomma da vent’anni vivo a Napoli.

Chi ha inciso nel suo percorso?

Le mie maestre con cui sono cresciuta: Helena Madame Vera, Ramona de Saa, Souzanne Oussova . Mi hanno aiutato a prendere coscienza delle mie potenzialità, ero forte e avevo un buon salto. Ogni ballerina ha delle peculiarità, deve imparare ad individuarle e fortificarle. Poi naturalmente coreografi come Roberth North e Massimo Moricone. Le tournées in giro per l’Italia sono state un’esperienza indimenticabile anche se avevo tanta paura.

Quali sono state le difficoltà?

Dal punto di vista fisico, nessuna…fino alla gravidanza! Sono sempre stata autosufficiente, abituata a stare sola, mia madre faceva i turni in fabbrica e quando avevo dieci anni mi mise in collegio dalle suore per non lasciarmi sola. Il mondo della danza unisce, in compagnia ci si conosceva un po’ tutti. Capitava che arrivasse un coreografo che preferiva me ad altre e anche se non ero prima ballerina mi sceglieva. Chiaramente la rivalità esiste, inutile nasconderlo, quando ti viene data una possibilità in più per emergere rispetto agli altri. Credo che sia umano scatenare un po’ di gelosia, anche se questo aspetto mi ha fatto sempre un po’ male ma se si è contenti del proprio lavoro si tende a sorvolare. Se mi guardo indietro il mio impegno mi ha dato grandi soddisfazioni, santi in paradiso non ne ho mai avuti. Ho fatto un bel percorso, sono contenta di avere incontrato persone che hanno creduto in me, sono stata fortunata.

Che cos’è l’umiltà?

L’intelligenza di capire fin dove si può arrivare senza sottovalutarsi né sopravvalutarsi. Serve a capire chi sei, in generale. Nella danza l’umiltà in un certo senso non esiste, parlerei più di intelligenza. Quello del ballerino è un mestiere egocentrico per gente che vuole esprimersi , vuole raccontare qualcosa di sé, vuole essere al centro dell’attenzione.

E il talento?

Esiste e non tutti ce l’hanno. Ci vogliono qualità fisiche ed intellettive, ci sono ballerini bellissimi che magari mancano di umiltà e intelligenza nel capire che potrebbero fare di più. La sensibilità è fondamentale, aiuta a lavorare nel modo giusto, non come viene più comodo.

Che cosa è cambiato secondo lei nel mondo della danza?

Tantissime cose. Oggi è tutto più difficile, è cambiato proprio il modo di lavorare. Negli enti lirici prima c’erano le grandi produzioni, la crisi che viviamo ha modificato profondamente il mondo della danza. Anni fa si lavorava tre mesi per mettere in scena un balletto ora i tempi sono ridotti di molto. Per non parlare dei sostituti, un tempo ce n’erano sei dietro le quinte ora se manca un ballerino si è costretti a fare il gioco delle tre carte, è tutto un incastro. Purtroppo ci sono contratti per periodi più brevi e per meno persone. La mia preoccupazione è quella di tanti miei colleghi: c’è un vivaio di giovani ballerini che cercano lavoro ma lo trovano, se tutto va bene, per un tempo ridotto. I ragazzi sono sfiduciati, e li capisco, lavorare a segmenti non è galvanizzante. E’ anche vero che la stabilità non sposa bene con la danza, oggi si va in pensione a quarantacinque anni, e a quell’età puoi ancora raccontare tanto, io nel mio piccolo penso di poter dare ancora.

Il suo ricordo più bello?

Quando sono stata scelta da un coreografo. Mi è successo più di una volta, con Mediterranea di Mauro Bigonzetti, con Il mandarino meraviglioso di Mario Pistoni e con Eduardo di Francesco Nappa. Cerco sempre di dare il meglio ma in questo caso è una soddisfazione molto grande, vuol dire che stai lavorando bene. Mi piace il ballerino che si lascia plasmare ma che mantiene la propria identità.

Che cosa la colpisce in un danzatore?

L’anima. Oggi se non si hanno determinate doti di base non si arriva da nessuna parte ma ci vuole quel quid in più. Quindi direi tecnica e sensibilità. Si balla come si è, la danza non mente.

Che cosa la emoziona?

Tutto, sono una che si lascia prendere da mille sensazioni. Mi emoziona un abbraccio, la musica, salire sul palcoscenico, mia figlia Alice. Sono molto istintiva e ragiono di pancia.

Ce l’ha un sogno da realizzare?

Vorrei fare l’assistente, non necessariamente al Teatro San Carlo, ma in giro per i teatri, mi piacerebbe molto pulire le coreografie, curarne i dettagli. L’insegnamento invece non mi piace.

Che rapporto ha con la compagnia del teatro?

Un rapporto un po’ conflittuale ma fa parte del lavoro. Si vive guancia a guancia con le persone senza mai conoscerle profondamente, non si sa mai se sono sincere fino in fondo. Ovviamente non vale per tutti. Fondamentalmente sto bene, quando si lavora con dei risultati tutti lo riconoscono.

Che cos’è per lei la danza?

Un modo per comunicare, profondamente. Per questo prediligo i ruoli più interpretativi, si può essere chiunque rimanendo se stessi. Vado in scena e mi sento Roberta che sta soffrendo per un ruolo.

Elisabetta Testa

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