Francesco Nappa, "mi piace creare arte con ironia e positività"

Un gigantesco tappeto di buste di plastica colorate – tra le sue ultime e  multiformi creazioni – avvolge-nasconde-scopre otto danzatori napoletani dando vita a movimenti e dinamiche del tutto particolari. E’ un momento delle prove nella sede di Körper, il centro diretto da Gennaro Cimmino che è appena rientrato da New York dove ha presentato, col suo gruppo, lo spettacolo Aesthethica – esercizio n° 1. In un’atmosfera allegra e piena di feeling, Francesco Nappa, versatile napoletano in giro per il mondo, sta creando lo spettacolo che andrà in scena il 2 agosto nella Piazza Maggiore di Bologna. E’ uno che ama l’arte, musica/pittura/danza, e soprattutto il sorriso che, come dargli torto, sprigiona energia positiva.Mi racconta questa nuova avventura?Sono stato invitato alla XXII edizione del Concorso internazionale di composizione che si tiene a Bologna in commemorazione della strage del 2 agosto 1980. Il cinema  e la musica hanno dato il loro contributo nel tempo, quest’anno la protagonista sarà la danza. Ciascun compositore ha creato dei brani che verranno presentati con l’orchestra dal vivo e hanno scelto me per le coreografie, ognuna delle quali avrà un tema. Ero in commissione per scegliere i vincitori con Fabrizio Festa (compositore e direttore artistica del concorso) e ho deciso di creare questo progetto a Napoli con la compagnia Körper che fa capo a Gennaro Cimmino. All’audizione si sono presentati una ottantina di ragazzi di Napoli e provincia, ne ho scelti otto: Giulia Insinna, Alessia di Maio, Nietta Dalmini, Sara Lupoli, Antonino Grasso, Nicolas Grimaldi Capitello, Christian Pellino, Aniello Giglio.Ogni coreografia avrà la durata di circa dieci minuti, ho creato anche parte dei costumi e le scene, tra cui un enorme telo di dieci metri per dieci, composto e assemblato da me stesso con tutte le  buste di plastica possibili. Alle spalle del palcoscenico all’aperto di Piazza Maggiore, saranno video-proiettate le immagini inerenti ai temi della serata, decisamente attuali, che vertono sui rifugiati, sulla separazione, sullo scempio ambientale legato alla plastica, sulla speranza, rappresentata dall’albero della vita. Ho cercato di mettere un po’ di ironia su argomenti impegnativi, pesanti, per rendere tutto più leggero.L’ultima delle quattro coreografie è astratta ed è anche quella più scenografica. La plastica non si distrugge, i nostri mari ne sono invasi e nessuno fa niente, non capisco il perché. Noi con la plastica ci facciamo un po’ d’arte…Che tipo di linguaggio coreografico utilizza?La somma di tutto quello che ho vissuto nel mio percorso, mi ispiro anche all’hip-hop, vado sempre verso la terra e poi adoro l’aspetto acrobatico della danza. Privilegio il linguaggio fisico e viscerale, organico, fluido. Il mio movimento è un continuo dipingere, in senso metaforico mi piace l’idea di non staccare mai il pennello dalla tela, c’è un continuo fluire e poi di colpo, ogni tanto, mi piace fermare l’immagine come un flash, prima che il movimento si rigeneri di nuovo.                                                                                                                                                                                                  Privilegia una danza astratta o narrativa?Nel linguaggio contemporaneo è sicuramente più difficile raccontare una storia ma per me questo rappresenta una  sfida. In occasione del concorso devo raccontare qualcosa quindi ho cercato con alcuni elementi scenografici o attraverso i costumi, di caratterizzare la storia. Certo, creare qualcosa di astratto è molto più semplice.Prima di cominciare a lavorare su una coreografia sa già dove vuole arrivare o è un work in progress?Un work in progress. Ho una base musicale, uno schema che poi man mano sviluppo. Non mi preparo mai la sequenza dei passi, mi piace trasformare, prendere idea dai movimenti dei danzatori, è tutto molto creativo perché c’è un grande scambio di energia tra me e loro.Perché ha scelto questi ragazzi, in base a quale criterio?Hanno tutti una personalità diversa, erano molto motivati a sviluppare con me questo progetto e quindi hanno fatto circolare una forte energia per cui si è creato un gruppo molto affiatato. Il mio obiettivo è proprio questo: avere un’ottima atmosfera in sala. Abbiamo lavorato molto, in due settimane abbiamo montato 40 minuti di coreografia, però sempre col sorriso, con serenità, con la voglia di costruire insieme.Che cosa la colpisce in un danzatore: il corpo, la tecnica, l’intelligenza, la musicalità,  la curiosità, la delicatezza…Tutto questo, la personalità è l’elemento fondante di un ballerino. Mi accorgo subito se la persona che ho di fronte mi segue facilmente o meno. C’è chi ha un movimento già delineato e chi ha bisogno di qualche indicazione in più, sono molto attento a recepire la visione del movimento, non voglio che sia copiato da me ma interpretato.Da sette anni è un freelance, che cosa è difficile?Prima di tutto trovare lavoro!Oggi tutti vogliono fare i coreografi, io ho lavorato più di vent’anni, ho sperimentato mille cose diverse, in giro c’è molta superbia e superficialità. Non tutti capiscono da dove nasce un movimento. Internet ci ha aperto molte porte però ne ha chiuse altre. Su internet c’è di tutto, basta copiare…. io li chiamo “youtube choreographers”. Molte cose oggi si somigliano, non hanno un’identità precisa, è bene dare la possibilità ai giovani di sperimentare ma non è interessante copiare quello che è già stato fatto. E’ difficile fare qualcosa di diverso però bisognerebbe avere anche un’identità artistica, io cerco sempre di dare una mia visione poetica, ironica. Sento il movimento dentro di me e provo a condividerlo con i danzatori, cerco di trasmettere anche le esperienze che ho fatto, non porto in sala soltanto i passi ma un bagaglio abbastanza completo che secondo me è ancora da riempire ulteriormente.Secondo lei c’è ancora qualcosa da inventare nel mondo della danza contemporanea o è stato già detto tutto?C’è sempre da esplorare, il corpo ha delle infinite possibilità di movimento, poi bisogna vedere che cosa si vuole esprimere. Ogni tanto però in giro si vede qualcosa di bello.Chi è il suo coreografo preferito?Non ne ho uno in particolare, c’è sempre qualcosa da imparare da ognuno di loro.Ohad Naharin è sicuramente fortissimo, ovviamente non posso non citare Jiří Kylián e William Forsythe, è raro trovare novità assolute, non mi stupisco facilmente. Un coreografo che mi piace è Marco Goecke, tedesco, che utilizza tremolii e luci soffuse.Se guarda indietro, qual è stato il momento più significativo della sua carriera?Ne ho avuti tanti, ho fatto veramente molte cose nel mio percorso,sicuramente l’esperienza a Montecarlo mi ha fatto crescere, è come se fossi nato lì artisticamente. A Copenaghen ho lavorato molto sulla danza classica ma certamente la parte più creativa della mia carriera l’ho avuta all’NDT. C’era un passaggio di gente straordinario, era una vera fabbrica di idee,  è stato lì che ho iniziato a dipingere, a fare le mie prime coreografie, a comporre musica ( la prima volta è stato Jacopo Godani a chiedermelo) è stato una centrifuga, mi sono riempito la testa per poi continuare il viaggio. Tornato a Montecarlo Jean-Christoph Maillot mi ha dato la possibilità di creare qualcosa, è stato così che ho deciso di non ballare più ma di dedicarmi alla coreografia.Che cosa la emoziona nella danza?La possibilità di esprimere qualcosa, il muovermi in scena – che un po’ mi manca – la magia del teatro. Abbandonare le scene è un momento molto difficile bisogna trovare un modo per rivivere la ribalta e stando dietro le quinte vivo la magia attraverso i danzatori. Riempirsi d’arte, di luce, sentire il profumo del linoleum… è un’emozione unica. Non sono mai stato molto bravo a parlare, mi esprimo attraverso la danza, uso tutte le arti che conosco (pittura, musica, danza) per farlo, è un bisogno fortissimo. Sento la necessità di muovermi, se per due tre giorni non lo faccio sto male, cerco un continuo dialogare con gli altri e con me stesso, è un’urgenza fisiologica, interiore.Progetti futuri?Il 9 settembre Vincenzo de Vivo, direttore artistico a Jesi, mi ha chiamato per creare movimenti scenici per i cantanti in un oratorio di Pergolesi, con i costumi di Giusi Giustino, una bella opportunità.Ce l’ha un sogno da realizzare?Avere un mio gruppo. Potrei stare tre giorni senza mangiare, chiuso in uno studio a creare con i miei danzatori. Quando mi chiamano teatri diversi non dico che comincio ogni volta da zero ma da tre… devo spiegare ogni movimento, ogni sensazione, non c’è una continuità e una volta che hai raggiunto un buon feeling è il momento di andare via, per ricominciare tutto daccapo con un’ altra compagnia. Con un gruppo tutto mio sarebbe diverso.Ogni volta che entro in sala mi devo divertire, mi piace ricevere un’energia positiva che attraverso il mio lavoro voglio restituire al pubblico. Non sopporto di andare a teatro per tagliarmi le vene… mi piace creare arte e farlo col sorriso, con positività ed ottimismo.Elisabetta Testa

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