Ricardo Nuñez:”Il coreografo senza un danzatore, non esiste”

L’inizio è stato dei più formidabili: la Scuola di Alicia Alonso, a Cuba. Una delle migliori. Partito giovanissimo alla conquista del mondo, e non solo della danza, Ricardo Nuñez- coreografo e maître de ballet– non ha smentito le aspettative, costruendo un percorso artistico tutto in ascesa. Dopo anni di lavoro a Parigi, è stato invitato alla Deutsche Oper di Berlino, città dove vive da tempo, ma ha lavorato nei più importanti teatri dalla Scala al San Carlo, al Teatro dell’Opera, al Massimo di Palermo. Non rinnega le sue scelte passate, anche se non sempre è stato facile.

Maestro com’è entrata la danza nella sua vita?

Avevo otto anni quando ho visto ballare in televisione Alicia Alonso e ho deciso che volevo diventare un ballerino. Ho avuto un percorso molto travagliato perché nella mia famiglia questa scelta non è stata accettata con entusiasmo. Ho cominciato con una commedia musicale, poi ho studiato danza classica e contemporanea, mi ritengo un’autodidatta ‘educato’.

Quali sono state le difficoltà?

La danza è molto difficile da capire. Da giovani si fanno tante cose senza nemmeno sapere come, quando si arriva a capirle bene non si può più eseguirle al meglio. A Cuba ho avuto dei maestri molto bravi ma chi mi ha illuminato di più è stato Raymond Franchetti.

Com’è avvenuto il passaggio da ballerino a coreografo e maître de ballet?

E’ stato un processo un po’ involontario, ho partecipato al primo Concorso di Coreografia di Bagnolet nel 1970, spinto da molte persone con cui lavoravo. Eravamo un gruppo di sei danzatori e per l’occasione ho scelto nientedimeno che il primo movimento della Sonata per piano e percussioni di Bela Bartok! Comunque sono ruoli completamente diversi, il maître de ballet a volte prova dei balletti non suoi che dunque possono anche non piacergli, il coreografo fa quello che vuole.E’ libero di decidere come impostare un lavoro insieme ai ballerini, è un ruolo decisamente più creativo.

Lei viene da una formazione classica, che linguaggio coreografico predilige?

Di solito utilizzo un linguaggio neoclassico e mi piace la cosiddetta ‘danza in piedi’ ma il processo creativo per me non ha limiti.

Da dove comincia una sua creazione?

Non ho una regola. Quando ho creato Yerma sono partito dal testo di Garcia Lorca, lo stesso è successo con Don Perlimplino o con Giordano Bruno.

Certo la musica è molto importante, è strettamente legata alla danza. In altre creazioni sono partito dall’emozione che mi ha dato la musica.

Che cosa la colpisce in un ballerino?

L’intelligenza nella danza. Come si presenta quando non balla. Voglio dire che in una coreografia c’è sempre un momento di non-danza, lì mi piace vedere quanto è intelligente il corpo di un ballerino, come fa vibrare quel momento, come lo rende interessante.

Esiste ancora una identità precisa nella tecnica classica, che sia francese, russa o americana?

Dopo la fine del regime sovietico anche la danza russa, prima così chiusa, ha allargato i propri confini. La caduta delle barriere ha fatto conoscere tesori nascosti come La Bayadère nella versione di Rudolf Nureyev o di Natalia Makarova, che in Occidente nessuno mai aveva visto. Oggigiorno esiste una contaminazione tra le diverse scuole ma a pensarci bene anche l’acqua e la terra sono contaminate.

E’ importante l’immagine nella danza?

E’ imprescindibile dalla danza stessa che è come il cinema, devi avere le phisique du rôle. Se interpreti il ruolo di Giulietta, devi essere Giulietta appena entri in palcoscenico, come una fotografia, poi devi interpretare il personaggio esprimendo le emozioni che il ruolo richiede. L’artista deve essere interprete e creatore, il coreografo senza un danzatore non esiste.

Quanto contano per lei le emozioni?

Molto. Bisogna pensare, riflettere, calcolare ma se non c’è un corpo che vibra come uno strumento musicale si resta sempre distaccati. Abbiamo l’esempio di bravi danzatori, perfetti ma…non succede nient’altro!

Incide la cultura personale in un ballerino o basta l’intelligenza del corpo?

La cultura è importante per chiunque. Più cose si sanno e più è facile il processo interpretativo ma non bisogna dimenticare che la danza è istinto. E l’istinto non si insegna, o c’è o non c’è. La tecnica si studia ma se non c’è l’anima, l’istinto quasi animalesco, è come se ci fosse una zona d’ombra.

C’è un nuovo fermento nel mondo della danza, secondo lei?

Il livello tecnico dei danzatori, in generale, è migliorato molto. Grazie anche a ballerini straordinari come Rudolf Nureyev o Sylvie Guillem. Oggi tanti danzatori si fermano molto presto per stanchezza, è colpa dei tempi, si vuole tutto e subito. E forse i termini di paragone sono sbagliati: la danza non è solo gambe e piedi- anche se sono il primo ad amare la bellezza delle linee- è anche arte e l’arte è creatività. Le ginnaste a volte eseguono evoluzioni molto più complicate dei ballerini ma non c’è arte in quello che fanno.

Ha delle paure?

Sempre. La nostra vita è fatta di esami, ogni giorno ce n’è uno. Danzatori, coreografi, maestri, ci confrontiamo con una realtà difficile, chiediamo sempre di più: è il nostro mestiere.

Per lavoro, pur stando in mezzo a tante persone, spesso ci sono lunghi momenti di solitudine…

Convivo con la solitudine da oltre quarant’anni, dal momento che sono andato via da Cuba. Me la sono sempre sbrogliata da solo, nella vita e nel lavoro, per me è normale stare da solo, anzi, fuggo tutte le situazioni dove c’è molta confusione, a meno che non ci sia un concentrato di persone che stimo e apprezzo, allora è diverso.

Nella sua vita professionali, più rimpianti o più rimorsi?

Rimpianti no. Forse qualche volta, per il mio carattere, ho perso delle occasioni. Ma non mi posso lamentare, sono stato molto fortunato. Sono arrivato in Europa a diciannove anni, nel 1966, senza avere niente, come si dice…’Ognuno per sé, tutti per nessuno’. Ho avuto momenti di grande gioia e altri meno entusiasmanti, che però fanno riflettere.

Le piace più insegnare o creare coreografie?

Sono due cose completamente diverse e non mi piace mischiarle. Il coreografo si può permettere anche delle pazzie che al maestro non sono concesse.

Come mai dopo tanti anni ha lasciato Parigi per Berlino?

E’ stata una scelta professionale ma Berlino è una città cosmopolita e non mi dispiace viverci. Lavoro alla Deutsche Oper, mi trovo bene, con giorni migliori di altri.

Progetti futuri?

Dare la classe domani mattina, quando mi sveglierò…vivo alla giornata! Nella sfera creativa ho sempre qualcosa per la testa, ho in progetto di portare in scena Macbeth in balletto. Ho già scelto la musica ma non ho fretta. E poi mi piacerebbe rimontare La bella addormentata in una versione sfolgorante, lussuosa, faraonica. Penso alla Corte del Palazzo Reale di Napoli, con tanto di fuochi d’artificio sullo sfondo.

C’è qualcosa che proprio non sopporta?

La stupidità, la chiusura mentale.

Che rapporto ha con le persone?

Penso cordiale. A volte posso sembrare presuntuoso ma è per non essere invadente.

La sua visione della vita?

Sono una persona realista ed ottimista. Vedo le cose dal lato positivo e cerco di tirare fuori il meglio da ogni esperienza che mi capiti. Se non è così, pazienza, ‘domani è un altro giorno’…

Che cos’è la danza per lei?

Una forma di vita. Mi sveglio pensando a lei, mi addormento pensando a lei. Amo la vita in tutti i suoi momenti però il mondo della danza va vissuto fino in fondo. Se ci si ferma a metà, anche il risultato sarà mediocre.

Elisabetta Testa

 

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